ULTIMI GIORNI


  • Autor článku

    PAVEL VILIKOVSKÝ
  • Stručne o autorovi

    PAVEL VILIKOVSKÝ (Palúdzka, Slovacchia,1941), è tra le massime voci della letteratura slovacca contemporanea. Prosatore, saggista, traduttore, redattore di riviste letterarie.  Il suo esordio avviene negli anni sessanta con il libro di racconti Educazione sentimentale a marzo (Citová výchova v marci, 1965). Se si esclude il romanzo La prima fase del sonno (Prvá veta spánku, 1983), seguono circa vent’anni di silenzio. Nel periodo della cosiddetta ‘normalizzazione’ preferisce non pubblicare ma continua a lavorare in campo letterario come redattore di importanti riviste, quali ‘Slovenské pohľady’ e ‘Romboid’, e come apprezzato traduttore di autori inglesi e americani, come William Faulkner, Virginia Wolf, Joseph Konrad, Kurt Vonnegut.

    Nel 1989, con l’abolizione della censura e la distensione del clima politico sono stati pubblicati quasi contemporaneamente tre suoi libri: la raccolta di racconti Escalation di sentimenti (Eskalácia citu), e i due romanzi Il cavallo per le scale, un cieco a Vráble (Kôň na poschodí, Slepec vo Vrábľoch) e È sempre verde... (Večne je zelený…), con il quale ottiene un immediato ed enorme successo di critica e di pubblico. Maestro del postmoderno, passa con grande facilità dai toni della satira politica, della feroce ironia e della provocazione a toni più lirici e sentimentali, dove la sua scrittura tesa, complessa e coinvolgente resta sempre immediatamente riconoscibile. Nel 1991 esce Il Casanova slovacco (libro diviso in due parti, dove la seconda, dal titolo Finestra sui sogni erotici è di Lajos Grendel, scrittore appartenente alla minoranza slovacca di lingua ungherese). Vicino al genere di È sempre verde, è un‘esilarante satira del regime comunista. Nel 1992 esce il romanzo Storia a piedi (Peší príbeh) e nel 1996 la raccolta di racconti Il macchinista crudele (Krutý strojvodca) che contiene testi scritti dall’autore nel corso di trent’anni e che ottiene subito molti prestigiosi premi, fra i quali il premio  „Dominik Tatarka“ e il premio „Slovenský spisovatel“. Nel 1999 Vilikovský vince il premio „Vilenica“, il più prestigioso premio per la letteratura dell’Europa centrale, che è stato assegnato, fra gli altri, ad autori come il ceco il Milan Kundera e l’ungherese Peter Esterházy. Del 2001 è L’ultimo cavallo di Pompei (Posledný kôň Pompejí), un romanzo molto importante perché affronta con ampio respiro una delle tematiche più care all’autore: l’identità dell’Europa centrale nel mondo contemporaneo, le responsabilità dei miti, del falsi miti e dei nazionalismi, la ricerca di una nuova coscienza individuale. Nel 2004 Vilikovský pubblica Confessioni di un amante ingenuo (Vyznania naivného milovníka) e nel 2005 la raccolta di racconti Il pappagallo magico e altro kitsch, che riceve il prestigioso premio „Anasoft-litera“. Del 2006 è Silberputzen. Lucidando l’argento antico (Silberputzen. Leštenie starého striebra).

    Pavel Vilikovsky è stato tradotto in francese, inglese, italiano, ungherese, serbo, bulgaro (È sempre verde è uscito persino in Siria). In Italia sono stati pubblicati È sempre verde... (Anfora, Milano 2004) e Il Casanova slovacco e altro kitsch (Anfora, Milano 2006).

  • Text

    Scendemmo dal treno. L’una.

    Era afoso e coperto di nuvole.

    Un giorno feriale. Viaggiava poca gente.

    All’ingresso dissi: Due per studenti.

    Entrammo. Tenevo la tenda sotto il braccio.

    Sull’acqua c’era qualche barca. Era verde, dava un po’sul blu nei punti in cui il cielo era limpido.

    Non sembrava tanto attraente. Forse abbiamo sbagliato periodo, pensai.

    Ma non potevamo scegliere. Era già la fine di luglio, e anche la fine delle ferie. Il primo agosto dovevamo tornare al lavoro.

    In realtà avevamo solo tre giorni.

    Aspettavamo la pioggia.

    Aspettavamo i temporali.

    Aspettavamo qualunque cosa; avevamo tre giorni e volevamo vivere.

    Eravamo seduti al centro di un promontorio sull’erba rada, fra i salici.

    Erano le due. La tenda era già montata, pendeva un po’.

    Dobbiamo mangiare qualcosa, dissi. Ho delle uova e la paprika.

    Ci serve il pane, disse Ivan. Dobbiamo andare in paese.

    A quell’ora era deserto. Solo un operaio che tornava dal lavoro, schiacciato sulla bicicletta.

    Dio, ma che fanno qui, pensai. Muoiono piano piano. Io qui morirei piano piano.

    La scuola.

    La chiesa.

    La latteria era chiusa. Solo il self-service.

    Uscii per strada. Ivan stava al sole.

    Quel caldo torrido e la polvere.

    Corriamo, dissi. Acqua. Acqua.

    Ehi, dissi, guarda che carina. Qui morirà piano piano. Di sicuro.

    Tornammo costeggiando delle case basse con le porte di legno e nidi di rondine sotto i tetti.

    Mangiammo alla svelta, cercando con gli occhi il sole in mezzo alle nuvole. L’acqua era calda, con piccole onde create dal vento che si stava alzando.

    Resterò qui, dissi, fino a stasera.

    Ivan nuotava sul materassino, lontano, lontano.

    Quante poche donne, pensai. Che farebbero qui con questo tempo? Se ne sono andate.

    E in più il temporale. Soprattutto il temporale.

    E dopo domani dobbiamo rientrare.

    Non c’è tempo.

    Non sappiamo vivere.

    Qui moriamo piano piano.

    Al mattino ci alzammo, tutti intirizziti dopo una notte piena di temporali e di un freddo inaspettato.

    Il solo era già sull’acqua, fin dall’alba, forte e pigro.

    Buttai via la tuta. Ivan uscì lentamente dalla tenda. Che freddo, disse. Sono morto. Sono decisamente morto.

    Avremmo dovuto portarci delle donne. Ci avrebbero scaldato.

    Volsi lo sguardo sulla superficie dell’acqua. Davanti, in un grande gruppo di tende e chalet, qualcuno suonava alla chitarra La Paloma. La sua voce era un po’ stonata.

    Una signora con una grande pancia nera lavava nell’acqua le stoviglie.

    Quella donna, dissi. Si è portata dietro le posate. I cuscini. La borsa dell’acqua calda. La sedia. La radio. La carta igienica. Che è venuta a fare qui?

    Che t’importa di lei. Laggiù vedo due ragazze.

    No, dissi, che è venuta a fare qui? Che cosa vuole?

    Entrammo di corsa in acqua incontro alle ragazze che nuotavano in mezzo al lago sui materassini di gomma.

    Io studio architettura, disse Ivan. Al secondo anno. E tu sei filosofo.

    Scoppiai a ridere.

    Ehi, gridò Ivan, abbiamo fame anche noi!

    La ragazza lasciò cadere la mano con il biscotto nell’acqua.

    Non abbiamo più niente, disse. Abbiamo appena finito di mangiare.

    Era una ragazza esile e scura con due piccole trecce.

    L’altra, accanto a lei, aveva i capelli raccolti a cipolla.

    Prendo quella piccola, disse Ivan. Sembra un diavoletto.

    Osservai l’altra. Hai il naso storto, pensai fra me. Una bocca da indiano. E le gambe secche.

    Addio, dissi. Addio.

    Tirammo i materassini a riva.

    A proposito, disse Ivan, mi chiamo Ivan.

    Io Karol, dissi.

    Vilma.

    Viera.

    Nascondi bene i materassini. Disse Viera. Nostro padre non deve vederci. Sarebbe un guaio.

    Addio, pensai fra me. Ma dove siamo? Stanno qui con i genitori. Il padre è un signore vecchio e grasso. Al mattino fa le flessioni e dice: Vilma cara, non parlare con i ragazzi. E la mamma porta il fazzoletto in testa, per non beccarsi un’insolazione e ripete insieme alle ragazze le parole tedesche. Ma dove le abbiamo pescate?

    Avete un padre così severo? domandai a Viera.

    Lui è un professore. Non gli piacciono queste cose. Strilla sempre.

    Santo cielo, un professore, pensai. Povere voi, Dio vi assista. Un professore. Siamo in vacanza.

    Eccolo lì. Quello col cappello bianco. La barca verde.

    La barca andava silenziosa sull’acqua, inondata dal sole.

    Non ci vede, dissi.

    Ha gli occhi dappertutto. Vede tutto. Dice che siamo ancora troppo giovani per certe cose.

    Direi di no, pensai. Non è poi tanto male.

    Faccio solo la terza media, disse lei. Per certe cose non serve mica la maturità, pensai. Per quanto ci riguarda.

    Io studio filosofia, dissi. E Ivan, lui è architetto.

    Mi piace l’acqua, dissi. Specialmente verso sera. Quando c’è vento.

    Piace anche a me, disse. Stendercisi sopra. Restare sdraiati così. E dimenticare tutto.

    Che cosa, domandai.

    Qualunque cosa, disse. Assolutamente tutto.

    Le cose brutte, dissi. Perché dimenticare quelle belle?

    Tutto, disse lei.

    Davanti, lontano, Ivan e Vilma stavano nuotando. Distesi sui materassini. Se la sta cucinando, pensai. E io qui, così. Un vero deficiente.

    Vedi quella barca? mi chiese. Quella a vela.

    Annuii.

    Sono i nostri vicini, mi raccontava. Grassi e pelati. Quando tornano dal lago vengono da noi, e noi dobbiamo metterci a conversare con loro. Di quanto è bello avere uno chalet, di quanto è bello avere una barca a vela.

    E non è bello avere una barca a vela come quella? domandai.

    Non lo so, disse. Ma è bello non avere la pancia e la calvizie. È bello pensare che arriverà qualcosa di meglio di una barca a vela. È bello aspettarsi qualcosa.

    Aspettiamo, pensai. E moriamo piano piano.

    So tutto di lei, disse Ivan.

    Eravamo seduti sulla riva del lago con il pane e il paté di fegato sulle ginocchia. Le ragazze erano andate a pranzare quando era suonato mezzogiorno.

    Tutto cosa? domandai.

    Dove abita, dove va a scuola, che pagella ha avuto.

    Sei tanto sicuro che questo sia tutto?

    Rise.

    È abbastanza. E si dà da fare. Questo è l’importante. E tu che cosa sai?

    Niente.

    Ha le gambe secche, disse. La tua.

    E il naso storto. Lo vede chiunque. Non devi dirmelo tu.

    Non ha importanza, disse. Questa sera dobbiamo riuscire a portarle nella tenda. Conta solo questo.

    Lo so.

    E questo è tutto? pensai. È la salvezza?

    Lo so, dissi.

    Nuotavano verso di noi sorridendo.

    Una scenata assurda. Avreste dovuto esserci. Abbiamo detto che vi abbiamo conosciuto in piscina.

    Sanno il fatto loro, sussurrò Ivan.

    Ci buttammo in acqua. Lì vicino navigava una barca a vela

    Sono di nuovo qui. Ora vedrete.

    Riparati dalla grande vela bianca si avvicinavano due uomini con la maglietta blu da marinai.

    Quello davanti si sporse.

    Viera, gridò. Andiamo a fare un giro. Siamo venuti a prendervi.

    Ehi, dissi. Vedete quella signora?

    Che cosa? domandò lui:

    Quella signora in nero, dissi. Con una grande pancia.

    Che cosa? chiese di nuovo.

    Ha una borsa dell’acqua calda. E la lozione per i capelli. E il cuscinetto per la testa. Vi aspetta con grande impazienza.

    Razza di animale, pensai. Che cosa cerchi? Che diavolo cerchi? Giovane non ci tornerai mai più.

    La barca si piegò lentamente e il vento gonfiò la vela.

    Da lontano il blu scintillò sulla maglietta come un insulto.

    Eravamo stesi sulla spiaggia, i piedi immersi nell’acqua.

    Quando andate via? chiese lei.

    Domani. Devo andare in brigata.

    Dove?

    Non lo so ancora. In qualche cantiere. Devono ancora dircelo.

    Non vedrai l’ora. Un posto nuovo. Gente nuova.

    Eh, pensai. Non vedo l’ora. Proprio non vedo l’ora. Non sto più nella pelle.

    Se ci andassi io, mi aspetterei qualcosa di nuovo. Qualcosa di bello.

    Se ci andassi, pensai. E invece vado al lavoro. A quello strazio. A quella noia. È un’agonia.

    Per un po’ restammo sdraiati in silenzio. Davanti a noi, nell’acqua, Ivan e Vilma si tiravano i sassi. Ridevano e gridavano di gioia.

    Che cosa studi? chiese all’improvviso. Che programma?

    Mah, dissi lentamente.

    Alzò la testa e mi guardò. I suoi occhi.

    Non studio, dissi. Lavoro

    Si girò dall’altra parte.

    È così, affermai.

    Non disse una parola.

    Beh, e allora? Sono forse peggiore?

    Taceva.

    Vaffanculo, pensai. Vaffanculo. Vaffanculo. Chi sei tu per giudicarmi. Che cosa voglio da te. Vaffanculo.

    Ma lei non mi stava giudicando. Mi giudicavo da solo. Si alzò in silenzio, scivolò nel lago e mi schizzò la schiena con due manate d’acqua.

    Quando scese il crepuscolo, andammo verso la tenda e facemmo un debole fischio.

    Sgusciarono fuori solo due ombre.

    Le seguimmo lentamente

    Le portiamo da noi, disse Ivan. Il temporale si avvicina. Prendiamo la strada per andare da noi. Quando inizia a piovere ci ripariamo nella tenda.

    E poi?

    Non lo sai?

    Si, dissi. E poi dopo?

    Alzò le spalle.

    Che cos’è che vuoi veramente? Una mezz’ora? Nient’altro?

    La barca a vela, pensai. Siamo ridotti così male? Non sappiamo proprio più aspettare? Non sappiamo più sperare?

    Le raggiungemmo. Ci aspettavano alla pompa di benzina.

    Abbiamo detto che andavamo a prendere l’acqua. E l’acqua non scorre da nessuna parte.

    Andiamo da noi, disse Ivan. Lungo la strada c’è una fontana

    Posò la mano sulla spalla di Vilma. Le sussurrò qualcosa.

    Mentre ci avvicinavamo ai salici cominciò a piovere.

    La calura si sollevò, sospinta dalle gocce fredde.

    E adesso corriamo. Presto, alla tenda.

    Vilma era un po’ esitante. Vedevo la mano di Ivan che la tirava nelle viscere del nostro trasandato rifugio.

    Viera si era fermata.

    Devo tornare indietro, disse. Piove troppo.

    Mi piace la pioggia, dissi.

    Vedevo che stava aspettando qualcosa. Forse voleva che la invitassi nella tenda o almeno che la prendessi per mano.

    Mi piace la pioggia, dissi. Quando mi batte sul viso.

    Mi guardò dal basso.

    Sai che c’è? Dissi. Corri via, ragazza. Non stare qui sotto la pioggia. Ci vediamo in città. Ci incontreremo. Andremo per strada e ci incontreremo. Va bene?

    Le diedi la mano.

    Corri ragazza, dissi. La pioggia mi scivolava sul viso. Corri. Ebbe un sussulto. Si mise a correre nelle pozzanghere, i capelli bagnati sulla fronte e le gambe secche.

    Corri, ragazza, mi dissi. Corri felice. Scappa via. Bambina.

    Non era ancora del tutto sparita fra gli alberi e i tetti bassi degli chalet quando accanto a me passò come un lampo Vilma.

    Tornai alla tenda. Ivan stava seduto a gambe incrociate come un turco e rideva in silenzio.

    È ancora una bimba, disse.

    Già. E tu?

    Mi guardò.

    Sei un vecchio. E stai morendo piano piano.

    Al mattino presto andammo via.

     

                                                                                                      Traduzione di Alessandra Mura

                                                                                                      (Da Educazione sentimentale a marzo, 1965)